Cybersquatting (occupazione abusiva di nomi a dominio)

La parola Cybersquatting è composta dalla parola inglese cyber – che, a sua volta è l’abbreviazione di cybernetics,- (ovvero cibernetica) e dall’altra parola inglese squatter che significa occupante abusivo.
Il fenomeno degli squatters è tipico delle società occidentali ed industriali (meglio post-industriali).

L’occupazione di stabili dismessi o inutilizzati da parte, soprattutto, di giovani cittadini europei ed americani è una pratica largamente diffusa sin dagli anni settanta ed è spesso stata caratterizzata da motivazioni politiche ed ideali: i membri della collettività rimasti espropriati del bene “spazio”, se ne riappropriavano occupando “spazi” appartenenti formalmente (e giuridicamente) ad altri, ma sostanzialmente lasciati abbandonati per varie ragioni.

Lo squatter è alla disperata ricerca di spazi necessari per perseguire sue determinate finalità di varia natura: trovare una casa, realizzare uno spazio sociale, ricavare un covo per compiere attività criminali, etc. La pratica dello squatting segue un principio molto semplice: dove vedi un edificio abbandonato appropriatene.

La pratica del cybersquatting è differente dallo squatting per molteplici motivi, ma è accomunata da una caratteristica: si tratta sempre di un’occupazione, presumibilmente, abusiva di uno spazio lasciato vuoto dal legittimo proprietario.

Ma quali “spazi vuoti” vengono occupati dai cybersquatter? Quelli relativi ai nomi a dominio di siti non ancora registrati, ma che appartengono comunque a determinate persone fisiche o giuridiche. Il cybersquatting consiste nel registrare nomi a dominio identici a quelli nomi famosi. Creare siti che abbiano un nome molto diffuso, che richiami alla mente qualcosa di molto popolare è il fine del cybersquatter. Tipo www.telegiornale.it, www.banca.it, www.italia.it.

Oggi sembra quasi paradossale che alcune grandi imprese possano subire cybersquatting perché quasi tutte le aziende di dimensioni medio-grandi registrano un proprio sito internet. Tuttavia questa tecnica di occupazione abusiva di nomi a dominio continua a prendere piede, ed è finalizzata alla realizzazione di tecniche di concorrenza sleale fra aziende.

Com’è possibile che venga sottratto un nome a dominio ad un legittimo titolare? In realtà è molto più semplice di quanto non si immagini. Non esiste un diritto di proprietà di un nome a dominio, in quanto esso altro non è che una stringa alfanumerica che ci consente di memorizzare facilmente l’indirizzo IP di un sito (che è costituito da un codice numerico).

Esiste un diritto all’assegnazione del dominio in base ai principi stabiliti dalle autorità amministrative che regolano le procedure di assegnazione dei nomi dei siti.
Tuttavia queste autorità (in Italia sono la Naming Authority e la Registration Autorità) generalmente, e per talune categorie di nomi a dominio (ad esempio quelli terminanti con “.com”, o “.it”) non verificano direttamente l’identità della persona che chiede di registrare un sito con un determinato nome.

La procedura avviene attraverso la compilazione di un modulo su internet e la sottoscrizione di un certificato inviato dall’autorità per posta. Attività che si potrebbero compiere rilasciando false generalità senza che l’autorità abbia gli strumenti per verificare la veridicità di queste dichiarazioni.

Ma in base a quali criteri le autorità di naming decidono di assegnare un sito ad una persona piuttosto che ad un’altra? In base ad un principio generale: chi tardi arriva, male alloggia (anche se il brocardo adottato è inglese e ribalta la visuale: first come, first served). A questo principio si accompagna l’obbligo di rispettare le regole stabilite dalle autorità che sono prevalentemente esplicazioni degli ordinari criteri di buona fede e di correttezza.

Pertanto se qualche personaggio del mondo dello spettacolo, o della politica, o qualche azienda non ha ancora raggiunto livelli di popolarità o di redditività tali da affrontare la spesa di realizzare un sito web, chiunque potrebbe registrare un sito con un nome identico o simile al suo. Molti sono i casi di cybersquatting, registrati. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno si è caratterizzato soprattutto come una pratica di concorrenza sleale fra aziende rivali, in Italia ha avuto come vittime soprattutto.

Ho scoperto che qualcuno ha registrato un sito con un dominio che riporta il mio nome, o quello della mia azienda, come posso fare per ottenerlo? Si possono seguire tre vie:

1) rivolgersi direttamente a colui che ha registrato quel nome a dominio ed avviare una trattativa commerciale per rilevarlo (pare che il dominio business.com sia stato venduto per 7,5 milioni di dollari);
2) chiedere la rassegnazione del nome a dominio alle autorità di naming: in tal caso, però, se chi ha registrato il sito con il nome contestato era in buona fede e la sua registrazione è effettivamente antecedente alla nostra richiesta saremo soccombenti;
3) chiedere l’assegnazione del nome ad un giudice, instaurando una causa civile. Questa via è percorribile unicamente nel caso in cui il nostro nome a dominio di cui chiediamo l’assegnazione sia un marchio registrato.

Avv. Marcello Pirani – legal@anti-phishing.it

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