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  News 21.06.2006 - Anti-Phishing Italia Stampa
   
 

Bloggers condannato ad Aosta: pioggia di polemiche sulla sentenza


Come ricorderete, qualche giorno fa avevamo riportato la notizia del blogger aostano che era stato condannato alla multa di euro 3000, più 2000 di risarcimento per ogni parte civile (per complessivi 14500 euro comprese spese di giudizio) dal Tribunale di Aosta per diffamazione a mezzo blog. Naturalmente non è questa la sede per commentare e criticare in punto di diritto le motivazioni del giudice. Proviamo a vedere quali sono stati gli indizi "informatici" utilizzati dal giudice per dimostrare che l'autore dei post diffamatori presenti sul blog era effettivamente il giornalista poi condannato

Premessa

Premettiamo. In punto di diritto diremo poco, Non perchè crediamo che la sentenza sia esente da censure sotto questo profilo. Ad esempio la discutibile applicazione dell'analogia "in malam partem" -inammissibile nel nostro ordinamento penale- operata dal giudice nell'estendere la disciplina della responsabilità penale del direttore responsabile di testata giornalistica anche all'autore di un blog.

Molto più concretamente perchè riteniamo che altri abbiano con maggiore efficacia ed autorevolezza espresso le loro perplessità sul punto e ai loro scritti ci richiamiamo integralmente, riportandoli in link alla fine di questo post.

Chi è il generale Zhukov: gli indizi utilizzati dal giudice

Vogliamo soffermarci su un punto particolare della sentenza, ovvero le modalità con le quali il giudice ha deciso di stabilire che l'autore dei post diffamatori presenti nel blog, firmati da tal "Generale Zhukov", fosse in realtà il soggetto poi effettivamente condannato (che nel caso di specie è un giornalista).

Questo problema il giudice ha deciso di porselo per primo: non ci sono prove dirette per stabilire chi è l'autore di uno scritto su internet, poichè la firma apposta in calce ad un post potrebbe essere stata apposta da chiunque.

Nel caso aostano, la firma in calce era addirittura uno pseudonimo, quindi il giudice ha dovuto operare alcuni sforzi ulteriori.

Ebbene, secondo il giudice, a seguito degli atti di indagine, sarebbero comunque emersi degli indizi gravi precisi e concordanti circa la paternità degli stessi scritti a carico del giornalista poi condannato.
Quali?

I post di alcuni lettori

In primis due post di alcuni lettori del blog.
Un lettore immetteva un post nel blog rivolgendosi al generale e a questi forniva risposta il giornalista.
Poi un altro lettore interveniva su questa risposta data dal giornalista, utilizzando l'espressione "ma come, proprio tu generale...".
Ovviamente, nel ritenere questa circostanza come indiziaria, non si è tenuto conto della frequente fretta con la quale si risponde a blog, forum, gruppi di discussione, ed in generale su internet, che spesso porta gli utenti ad errori di valutazione nell'indicazione dei vari soggetti con i quali si interfacciano.
Pertanto a questo indizio, ci permettiamo, da informaticofili, di insinuare un primo dubbio.

La Password: "violaa"

Il secondo: la password utilizzata è stata trovata "a casa" del giornalista, unitamente ad alcune istruzioni circa l'utilizzo del blog. Materiale puntualmente sequestrato dagli inquirenti e utilizzato negli atti del processo.
In particolare, l'user name del blog era "zhukov", mentre la pass era "violaa". Poichè la figlia del giornalista si chiama effettivamente così, il giudice ha ritenuto che il giornalista facesse parte di quel 30% di italiani che utilizza come credenziali d'accesso nomi di parenti. Inoltre sono stati trovati appunti e manoscritti riconducibili all'imputato (perizia grafica? credo di no, altrimenti la sentenza ne darebbe atto) relativi al funzionamento ed alla gestione del sito. Qual'è il nostro dubbio? Potrà magari sembrare banale, ma chi usa le password ha criteri più emotivi che razionali: e se l'autore del blog era un tifoso della fiorentina e voleva che restasse in A anche l'anno venuturo, raddoppiandone la finale? Farà ridere come scusa, certo. Ma vi assicuro che se si potessero mettere in chiaro le password utilizzate da molti utenti ci sarebbe da sbellicarsi.
Ad ogni modo, qualcuno potrebbe aver creato il blog e diffuso le password fra altri soggetti per facilitarne una gestione, od un'amministrazione "open", come accade per alcuni siti web (come il presente) dove più persone hanno i codici d'accesso per immettere post

Gli articoli diffamatori scaricati sul pc. Prodigi dell'orologio di windows

Terzo: nel pc del giornalista sono stati trovati alcuni articoli diffamatori pubblicati nel blog. Dice il giudice che gli articoli "sono stati creati subito prima sul computer dell'imputato e poi pubblicati sul blog de qua".
Ma come ha fatto il giudice a stabilire che l'articolo presente sul pc del giornalista non fosse stato da questi effettivamente scaricato dal blog, come farebbe chiunque avesse trovato su internet un articolo interessante. Scaricarlo e tenerlo in memoria per poi stamparlo magari con una formattazione più congeniale alle esigenze del lettore.
Qui arriva la chicca: allora gli articoli diffamatori sono stati scritti sul pc del giornalista prima che venissero pubblicati sul blog perchè "la data era correttamente impostata sul computer del---- (cfr. teste----, risentito sul punto).
Capito?
Altro che marcature temporali, firme digitali, certificazioni e/o amenità varie.
E' l'orologio di windows che segna con certezza indefettibile la data di crezione di un documento, e questo orologio è talmente attendibile che sulla base di esso, e di un verbalizzante che ricordi di averlo visto correttamente impostato, può essere comminata una sentenza di condanna!
Sarà bene che qualcuno corra a far vedere questa sentenza al CNIPA, in modo che la smettano di arrovellarsi il cervello alla ricerca di soluzioni tecniche condivise ed affidabili per garantire la certezza alle transazioni telematiche.
Basta utilizzare l'orologio di windows, magari anche le proprietà di word (quelle per intenderci che si trovano cliccando con il tasto destro del mouse sul file usando un pc), per stabilire la paternità di un documento?!
La cosa strana è che mentre gli scambi commerciali richiedono maggiori tutele di affidamento (pur vertendo nell'ambito del diritto civile), in campo penale, dove l'accertamento della responsabilità e la tutela dell'affidamento dei terzi dovrebbero essere più rigorosi, ci si imbatte in argomentazioni tecniche come quella in commento.

...quella foto sul libro

L'ultimo indizio è stato ritenuto il ritrovamento nell'abitazione del giornalista di un libro riportante una foto poi pubblicata nel blog.
Non si dà conto di che tipo di foto si tratti (se comune, o rara), nè se nell'abitazione del giornalista fosse stato rinvenuto anche uno scanner, nè che tipo di contenuto avesse la memoria dello scanner (così, giusto per vedere se è stato effettivamente utilizzato per caricare la foto nel blog, o se la foto ci sia entrata per magia).
Niente, c'è la foto sul libro, c'è la foto sul blog, il proprietario del libro è l'autore del blog. Questo l'impietoso sillogismo utilizzato dal giudice

Ad ogni modo al magistrato i nostri dubbi non toccano, anzi, sembra bacchettarci anzitempo quando scrive: "è fin troppo chiaro, e sembra quasi offensivo al senso comune spendere troppe parole al riguardo, che tali indizi sono assolutamente concordanti e permettono di collegare con certezza le affermazioni diffamatorie in imputazione al--------".

Che dire? Noi saremo probabilmente offensivi del senso comune, ma ad ogni modo un ragionevole dubbio residua ad un giurista informatico, dopo la lettura della motivazione degli indizi utilizzati dal giudice.

Ma resto in attesa di qualcuno che mi spieghi che non esistono siti "open", che nelle password si usa escusivamente il nome di parente, che è possibile trasferire una foto da un libro ad un sito senza scanner, che l'orologio di windows è una prova legale.

Abbiamo voluto mettere in evidenza come può essere -purtroppo- possibile che in ambito informatico alcune circostanze si tramutino in indizi (la password, gli appunti sulla gestione del sito, i post dei lettori, il libro, l'orologio di windows) e di come questi indizi poi costituiscano una prova della riconducibilità di uno scritto pubblicato su internet ad una determinata persona.

Avv. Marcello Pirani - Anti-Phishing Italia -
www.anti-phishing.it


La sentenza
http://reporters.blogosfere.it/2006/06/post.html#more

Il commento di A. Minotti su Punto Informatico
http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1526869&r=PI

Il commento di Zeno Zencovich sulla diffamazione on line
http://www.beta.it/edit/zencovich.html

Il comunicato stampa di Reporter senza frontiere
http://reporters.blogosfere.it/2006/06/altre_osservazi.html#more

     
 

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