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  News 27.07.2007 - Anti-Phishing Italia Stampa
   
 

Cos’è un dato personale? Il Documento dei Garanti UE


A leggere la normativa, sembra abbastanza chiaro: dato personale è qualunque informazione direttamente od indirettamente associabile ad una ben precisa persona fisica o giuridica. Anche un numero seriale? Certamente. Anche un’immagine? Sicuro. Anche un suono? Assolutamente sì. In effetti, sono potenzialmente infiniti i beni della vita, gli oggetti, i files che potrebbero rientrare nella nozione di dato personale.

Mentre resterebbero fuori soltanto le informazioni anonime (visto che anche i dati pubblici, possono comunque essere dei dati personali, assoggettabili, pertanto, alla relativa disciplina). Ma anche qui, se è possibile, associandoli ad altri dati, individuare un soggetto ben preciso, allora ci troviamo di fronte a dati personali (pensiamo a targhe, insegne, pin, password, pseudonimi, nickname, etc.). A fugare i residui dubbi degli scettici (in Italia quanto mai numerosi, specie se devono applicare norme di legge) è intervenuto un recente documento dei Garanti dell’Unione Europea che ha incluso all’interno della categoria dei dati personali anche i filmati dei writers, i disegni dei bambini, i filmati delle videocamere di sorveglianza, purchè sa essi si traggano informazioni riconducibili ad un interessato.

«Qualsiasi informazione» spiega un comunicato del Garante, «significa, ad esempio, che le istruzioni impartite dal cliente alla propria banca e registrate su nastro sono un dato personale». Ma allora, logica conseguenza di ciò dovrebbe essere il riconoscimento della responsabilità delle banche nei fenomeni di furti di identità digitale tramite phishing. Uno dirà, e che c’azzecca? L’art. 31 del codice privacy (D.Lgs. n. 196/2003) prescrive a tutti i titolari di trattamenti di dati (e pertanto anche alle banche che registrano le informazioni relative ai propri correntisti al fine di attivare servizi di home banking) deve custodire e proteggere i dati tramite tecniche che siano adeguate alla luce del progresso tecnico.

Sinceramente non crediamo che una password ed un used ID siano strumenti estremamente progrediti rispetto ad altre misure di sicurezza quali firme digitali, badge abbinati a hardware esterni, password biometriche, etc., tecniche ormai adeguatamente studiate, sperimentate ed impiegate da diversi anni in diversi ambiti. Perché continuare a proteggere i dati degli utenti tramite strumenti (password ed userID) che hanno ormai fatto il loro tempo e che, alla luce della normativa vigente, non dovrebbero essere più utilizzati quali sistemi di protezione per evitare accessi abusivi o non autorizzati ai dati degli utenti-correntisti.


Questo il comunicato del Garante


Il volto di un cliente filmato da una telecamera di sorveglianza, il disegno di un bambino che ritrae episodi di vita famigliare in un caso di maltrattamenti, i graffiti metropolitani "firmati" dai writers: in tutti questi casi c'è di mezzo un dato "personale" perché, in maniera diversa, tutte le informazioni sono riferite ad una persona fisica identificata o identificabile.

Sono solo alcuni degli esempi citati nel documento che i Garanti europei hanno recentemente approvato a Bruxelles (WP136: Parere 4/2007 sul concetto di dato personale, presto pubblicato sul sito http://ec.europa.eu/...htm). L'intento è quello di chiarire meglio l'ambito della nozione di "dato personale" fornendo alcune indicazioni concrete che possano facilitare l'applicazione delle disposizioni della direttiva 95/46 ai trattamenti effettuati con le nuove tecnologie (quali l'Rfid) o in contesti altamente tecnologici (e-Government, cartelle cliniche elettroniche, ecc.).

Il punto di partenza è, naturalmente, la definizione di dato personale contenuta nella direttiva ("qualsiasi informazione concernente una persona fisica identificata o identificabile"), che è stata analizzata con l'ausilio di esempi tratti dai casi affrontati nei vari Paesi UE dalle Autorità di protezione dei dati. Quali sono i punti fermi emersi dall'analisi? Innanzitutto, il fatto che nell'intenzione del legislatore comunitario l'ambito del concetto di dato personale è assai ampio ("qualsiasi informazione"), pur con i correttivi che la direttiva stessa prevede. Questa è la posizione sostenuta anche dalla Corte europea dei diritti umani e dalla Corte europea di giustizia ogniqualvolta hanno affrontato casi concernenti possibili violazioni del diritto alla vita privata. Dunque, se da un lato non si deve dare un'interpretazione eccessivamente estensiva delle norme in materia di protezione dati, dall'altro non si devono neppure introdurre troppi limiti nell'interpretazione del concetto di "dato personale". Qui giocano un ruolo importante le Autorità di protezione dati: che devono essere attente a cogliere tutte le "zone d'ombra" nel trattamento dei dati personali, ma anche effettuare un bilanciamento adeguato dei diritti che sono in gioco caso per caso. E la direttiva offre già gli strumenti più idonei a raggiungere questo obiettivo.

In secondo luogo, proprio l'analisi delle centinaia di esempi selezionati dalle Autorità di protezione dati – spesso particolarmente "scottanti" o controversi – consente di tracciare una strada interpretativa equilibrata che garantisca i diritti delle persone. Così, partendo dagli elementi costitutivi della definizione di dato personale contenuta nella direttiva, "qualsiasi informazione" significa, ad esempio, che le istruzioni impartite dal cliente alla propria banca e registrate su nastro sono un dato personale, ma lo sono anche le immagini filmate da un impianto di videosorveglianza nella misura in cui i singoli individui siano riconoscibili. Un dato biometrico (l'impronta digitale) è un dato personale perché identifica una persona, ma i campioni di tessuto (o il dito) dai quali si estraggono i dati biometrici non sono dati personali di per sé – tuttavia, le operazioni effettuate per estrarre tali informazioni biometriche configurano un trattamento di dati personali (e in realtà sono state previste norme apposite per tali trattamenti).

Peraltro, un'informazione può "riguardare" una persona fisica identificata o identificabile sotto vari aspetti: perché l'oggetto dell'informazione è chiaramente una persona fisica (è il caso più semplice: i risultati di un esame medico "riguardano" il paziente che si è sottoposto all'esame); oppure perché la finalità del dato raccolto è, alla luce delle circostanze specifiche, quella di "incidere" in qualche modo su una persona specifica (si pensi ad un elenco delle chiamate effettuate da una postazione telefonica in un ufficio; oppure, infine, perché l'informazione, se trattata, è suscettibile di generare risultati specifici sui diritti e gli interessi di una determinata persona (come nel caso del trattamento di dati di localizzazione effettuato da una società di taxi per migliorare la qualità del servizio, che però ha conseguenze importanti sui singoli tassisti in quanto il loro comportamento finisce per essere monitorabile).

Quanto all' "identificabilità", questa può essere "diretta" o "indiretta", secondo la direttiva; per capire se una persona sia "indirettamente identificabile", occorre valutare tutte le circostanze del caso specifico: così, notizie di stampa su un vecchio procedimento penale che aveva avuto grande risonanza possono costituire un dato personale poiché è possibile ricostruire l'identità della persona di cui si parla andando a consultare vecchi numeri del giornale; informazioni apparentemente frammentarie e prive di riferimenti diretti all'identità di una persona (il nome) costituiscono dato personale nella misura in cui il titolare le ha raccolte con l'intento di utilizzarle per identificare una determinata persona e possiede presumibilmente i mezzi per ricostruire tale identità (si pensi alla videosorveglianza, il cui scopo è esattamente quello di favorire l'eventuale identificazione di determinati soggetti, o agli indirizzi IP raccolti per individuare presunte violazioni del copyright, come in casi recenti relativi al fenomeno del "peer-to-peer").

Infine, la direttiva parla di informazioni concernenti una "persona fisica": ciò deve intendersi come una persona fisica vivente, perché la personalità giuridica ha inizio con la nascita e termina con la morte dell'individuo. Tuttavia, il trattamento di dati relativi a defunti può essere un trattamento di dati personali in determinate circostanze: perché la legge nazionale lo ammette, oppure perché esistono interessi legittimi del defunto (onore, immagine) che continuano a necessitare tutela anche dopo la morte. E anche le persone giuridiche possono godere della stessa tutela: la Corte europea di giustizia ha chiarito che "nulla impedisce che uno Stato membro estenda la portata della normativa nazionale di attuazione della direttiva 95/46 a settori non compresi nell'ambito di applicazione di quest'ultima, purché non vi osti alcun'altra disposizione del diritto comunitario". Così hanno fatto, ad esempio, Italia, Austria e Lussemburgo, dove la tutela offerta dalla legge alle persone fisiche è stata estesa anche al trattamento di dati concernenti persone giuridiche. Il criterio-guida, come ricordato più volte dai Garanti, è la necessità di assicurare la tutela di diritti fondamentali quali il diritto al rispetto della vita privata, che viene affermato anche dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani.



Fonte: Anti-Phishing Italia –
www.anti-phishing.it

     
 

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Il phishing italiano continua ad aumentare. 2115 casi unici in tre mesi, con una media di 23,24 e-mail al giorno, quasi una l’ora ai danni di 16 obiettivi italiani e dei propri clienti. Sono questi gli inquietanti numeri che il phishing nazionale ha collezionato nel periodo 01/04/2007-30/06/2007, segnando un aumentato rispetto al 1°trimestre dello stesso anno del 940%.
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Rapporto trimestrale su fenomeno del phishing in Italia - 1° trimestre 2007
225 tentativi di phishing unico con una media di 2 casi al giorno ed un aumento del 1.175% rispetto all’anno 2006. Sono questi i dati del phishing nazionale rilevati dal portale Anti-Phishing Italia nel 1° trimestre 2007. Un pericolo quello del phishing in costante crescita, con Poste Italiane unico ed incontrastato obiettivo, in grado di occupare da solo l’87% dei tentativi di e-mail truffa circolati nel nostro Paese in appena tre mesi 
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Phishing: chi mi ridarà i miei soldi ???
Nessuno. Almeno per ora, sino a quando non si riuscirà a dimostrare la responsabilità delle banche. E’ questo lo scontato quadro che esce da un interessante servizio di "Repubblica TV" andato in onda nella giornata di ieri, che vedeva come partecipanti esponenti dl sistema bancario, responsabili della Polizia Postale e legali. Il servizio partendo da un caso reale di truffa mette in luce lo "scarica barili" fatto dalle banche, trincerate dietro vecchi sistemi di sicurezza basati su password numeriche, nei confronti dei truffati colpevoli di troppa ingenuità o come nel caso mostrato, dell’ignara vittima che senza aver fatto nulla si ritrova il proprio conto alleggerito di 4mila euro. Che con un altissima probabilità non rivedrà mai più. 
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Attenti all’Ufficio Reclutamento R.C.M.: è solo l’ennesima truffa
Circola in Rete da alcuni giorni una nuova offerta di lavoro, apparentemente collegata al fenomeno delle false società utilizzate per il riciclaggio di denaro, di cui Anti-Phishing Italia si è occupata più volte, ma che in realtà nasconde qualcosa di più.L’e-mail infatti si colloca nella categoria delle comunicazioni "spara dialer" ultimo caso quello del decreto ingiuntivo inviato Avv. Cons. Dpe Giordano Lanza: Cliccando sul link proposto l’utente viene trasportato in un apposito sito maligno all’interno del quale crederà di fornire i propri dati per candidarsi all’allettante posto di lavoro, ma in realtà sarà costretto a scaricare l’ennesimo malware. I dati inserirti nei moduli non vengono inviati al truffatore, l’intero sito serve esclusivamente per il download del file  Continua >>

   

Caso Citibank: quando una vera e-mail si trasforma in phishing
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